Oggi si sente sempre di più parlare di moda sostenibile. Ma quando affonda le sue radici questo fenomeno in evoluzioni?

Green, eco, slow, etica, circolare, responsabile, positiva. Tanti appellativi, sfumature differenti, un unico obiettivo. Rendere il settore dell’abbigliamento più sostenibile per ridurre quanto più possibile l’impatto delle sue produzioni sul pianeta, sui lavoratori e sulla salute dei consumatori. Oggi questi concetti circolano sempre più sul web, nascono nuovi brand, si tengono conferenze, eventi dedicati, proliferano profili sui social e i consumatori sembrano essere sempre più interessati a queste tematiche. Appena conclusa la settimana della moda di Milano chiusa dai tanto attesi Green Fashion Adwards, gli oscar della moda sostenibile arrivati alla loro terza edizione, la consapevolezza verso una moda più responsabilità è ormai una certezza.

Ma a quando risalgono le prime tracce di sostenibilità nella storia della moda?

Siamo nel 1972 quando viene pubblicata la Green Consumer Guide. Questi sono gli anni del rinnovamento generazionale, della rottura nei confronti della classe dominante. Tra hippy e punk si vanno ad affermare nuovi stili di vita, nuove pratiche dell’abbigliamento. E’ proprio in questi anni che si fa strada l’dea di una moda attenta alla sostenibilità.

Diffuse nell’area del Canada e del Nord Europa, in queste prime riflessioni l’abbigliamento diventa simbolo di rinuncia, mezzo per opporsi alla società dei consumi. Inoltre questi sono gli anni in cui emergono le questioni legate allo sfruttamento dei lavoratori: scandali del lavoro minorile  e accuse a famosi brand, in particolare dello sportwear, si vanno delineando.

Nel 1989 nasce nei Paesi Bassi la Clean Clothes Campaign, alleanza globale volta al  miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore dell’abbigliamento . Nel 1984 Eileen Fisher si afferma come una delle prime designer a parlare di moda sostenibile, fondando la sua omonima azienda offrendo maglieria in lino organico, alpaca e cotone organico.

Con la fine degli anni Novanta si assiste a una crescita delle iniziative che uniscono l’abbigliamento a istanze etiche: si diffonde la tendenza a indossare abiti  recuperati da vecchi capi rendendo l’usato un vero trend, sorgono progetti che organizzano laboratori nelle aree del terzo mondo per fare della sartoria uno strumento di emancipazione, cresce il ruolo delle certificazioni, sinonimo di autenticità del prodotto al quale conferiscono un valore aggiunto. 

Queste iniziative tuttavia portano a cambiamenti parziali: avere un grande numero di capi rimane il desiderio di molti e si diffondono le prime critiche verso la moda sostenibile vista come un mercato di nicchia di difficile diffusione.  

L’attenzione verso  un abbigliamento più etico viene minacciata dall’ imperante trend del fast fashion, il modello che vede la produzione di capi all’ultima moda, prodotti in poche settimane e offerti sul mercato a un prezzo contenuto. Se con la produzione di capi in taglie standard la moda diventa alla portata delle masse, il fast fashion sembrerebbe portare avanti questa rotta, permettendo ai consumatori di vestirsi alla moda senza spendere cifre elevate. 

Ma dietro questa apparenza si celano oscuri risvolti: per produrre molti capi a prezzi contenuti a risentirne è la qualità e la scelta dei materiali utilizzati, altamente inquinanti per il pianeta, e delle modalità produttive, delocalizzate in paesi dove il costo del lavoro è molto inferiore e in cui i diritti dei lavoratori non vengono rispettati. 

Tuttavia accanto a questo predominio, la nicchia della  green fashion persiste: gli anni 2000 sono fondamentali per la moda sostenibile.  Ma questa parte della storia, merita un articolo a parte. Curiosi di scoprirla?

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